Sindrome dell’impostore: perché ti senti inadeguato (anche quando non lo sei)

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Ti è mai capitato di sentirti "fuori posto" nel tuo lavoro? Di pensare di non essere davvero all’altezza, nonostante risultati concreti? Non sei solo. La sindrome dell’impostore è molto più diffusa di quanto si pensi e può emergere proprio nei momenti in cui dovresti sentirti più sicuro di te.
Sentirsi inadeguati rispetto al proprio ruolo, mettere in dubbio le proprie competenze o non riuscire a riconoscere il valore dei risultati raggiunti sono alcune delle manifestazioni più comuni della sindrome dell’impostore. Si tratta di una sensazione diffusa nel mondo del lavoro, che non riflette necessariamente una reale mancanza di capacità, ma piuttosto una percezione distorta del proprio valore professionale.
Sono quesi i risultati emersi dalla nostra ultima rilevazione realizzata in collaborazione con Serenis, piattaforma digitale per il benessere mentale e centro medico autorizzato: 7 italiani su 10 dichiarano di aver sofferto della sindrome dell’impostore almeno una volta nella vita; oltre il 30% di loro afferma di sperimentarla spesso.
Cos’è la sindrome dell’impostore?
La sindrome dell’impostore è una condizione psicologica caratterizzata da una percezione distorta del proprio valore professionale.
In pratica, anche in presenza di risultati oggettivi, chi la vive tende a:
- mettere in dubbio le proprie capacità;
- minimizzare i successi raggiunti;
- attribuire i risultati a fattori esterni, come la fortuna.
Non si tratta di una reale mancanza di competenze, ma di una difficoltà nel riconoscerle come proprie.
Quando si manifesta più spesso?
La sindrome dell’impostore si tende a manifestare con maggiore frequenza in alcune situazioni specifiche del percorso professionale:
- All'inizio di un nuovo ruolo. Quasi 4 professionisti su 10 indicano proprio questo momento come il più critico. Cambiare posizione o iniziare una nuova esperienza significa uscire dalla propria zona di comfort ed è normale mettere in discussione le proprie capacità.
- Nel confronto con i colleghi. Circa 3 italiani su 10 dichiarano che il confronto con gli altri alimenta dubbi e insicurezze.
- Durante i processi di selezione. Anche candidarsi a una nuova opportunità può attivare pensieri come “non sono abbastanza qualificato”. Non a caso, il 18% indica proprio la selezione come momento critico.
Quali sono i lavoratori principalmente colpiti?
La sindrome colpisce trasversalmente, ma è prevalente nei profili high-achiever e in chi affronta transizioni di carriera. È più comune tra le donne e le minoranze, a causa di bias sistemici che rendono più faticoso il riconoscimento della propria autorevolezza. Anche i giovani talenti e coloro che operano in ambienti ad alta competitività sono vulnerabili, poiché tendono a misurare il proprio valore esclusivamente attraverso standard di perfezionismo irrealistici.
In questi contesti il confronto con altri colleghi può farsi spietato: si perde di vista l’equità e le differenze individuali e di vita. Un collega molto giovane, non genitore e con una situazione socioeconomica di partenza favorevole, sarà probabilmente facilitato rispetto ad una donna di mezza età, caregiver separata con tre figli. Questo non significa affatto, però, che quest’ultima non possa avere lo stesso valore del collega, anzi: proprio dal suo contesto difficile potrebbero scaturire capacità extra.
Perché è importante riconoscere la sindrome dell'impostore?
La sindrome dell’impostore può influenzare il modo in cui affronti il tuo percorso professionale. Se non riconosciuta, rischia di limitare la fiducia nelle proprie capacità, generare autocritica e insicurezza e rallentare la crescita professionale. Non si tratta solo di una sensazione momentanea, ma di un fattore che può avere un impatto concreto sulle scelte di carriera. La sindrome dell’impostore non riflette una reale mancanza di competenze, ma una percezione distorta del proprio valore professionale. Per questo, riconoscerla è il primo passo per gestirla e continuare a crescere nel proprio percorso.
Come affrontare la sindrome dell’impostore: i cinque consigli di Serenis
Pur considerando le innumerevoli condizioni personali e professionali esistenti, ecco cinque strategie che strizzano l’occhio sia alla parte lavorativa che psicologica per superare questa esperienza secondo Martina Migliore, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale e Head of Business Learning & Culture di Serenis:
- Validazione oggettiva: archiviare feedback e risultati per contrastare il bias di svalutazione interna.
- Riformulazione cognitiva: trasformare il “non sono capace" in "sto imparando una nuova competenza”.
- Decostruzione del perfezionismo: accettare l’errore come parte fisiologica del processo lavorativo, non come fallimento identitario.
- Condivisione protetta: aprirsi con mentor o colleghi fidati aiuta a universalizzare il vissuto, riducendone il peso.
- Lavoro terapeutico: esplorare le radici del senso di inadeguatezza per integrare stabilmente i successi nell'immagine di sé.
Il ruolo del contesto lavorativo
Anche il contesto aziendale ha un ruolo importante. Creare ambienti in cui le persone si sentono ascoltate e supportate è fondamentale per evitare che insicurezza e autocritica diventino un limite alla crescita professionale. Secondo Alessio Campi, People & Culture Director di Hays Italia, le aziende “hanno un ruolo fondamentale nel riconoscerne i segnali e nel creare contesti in cui le persone possano sentirsi ascoltate e supportate. Un dialogo continuo tra manager e risorse, insieme a feedback costanti e costruttivi, può aiutare a intercettare questi momenti di difficoltà e a ricondurli alla loro reale dimensione”.
Trasforma l’insicurezza in un’opportunità di crescita
La sindrome dell’impostore non è un segnale che non sei all’altezza. Molto spesso è il contrario: emerge proprio quando stai crescendo. Riconoscerla non significa eliminarla del tutto, ma evitare che diventi un freno. Il rischio maggiore non è sentirsi insicuri, ma lasciare che questa insicurezza ti impedisca di fare il prossimo passo.

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